Ottorino Alberti nel ricordo di monsignor Angelo Becciu

Ricordo a tre anni dalla morte del prelato nuorese che ha segnato la storia della Chiesa sarda
Ottorino Alberti, un sacerdote integro e gioioso

di + Angelo Becciu

Fare memoria di monsignor Ottorino Alberti significa onorare la sua personalità che per il suo spessore umano e sacerdotale ha raccolto vasta stima durante la sua vita, lasciando tracce che non possono cadere nell’oblio. Cultori di storia preparati, come monsignor Tonino Cabizzosu, o conoscenti profondi del compianto arcivescovo, come il giornalista Michele Pintore, hanno già messo in rilievo, con la maestria che li contraddistingue, gli aspetti più interessanti dello storiografo ecclesiastico, del Pastore omaggiato dalle due diocesi di cui fu guida, Spoleto-Norcia e Cagliari, del sacerdote semplice che sapeva entrare nel cuore di chi lo avvicinava. Il mio modesto contributo commemorativo vuole essere un semplice atto di riconoscenza verso colui che seppe influire positivamente sulla mia decisione ad abbracciare con entusiasmo la vita sacerdotale e sull’attraente obbligo di amare profondamente e per sempre la Chiesa.
La figura di monsignor Alberti si staglia nitida e ben marcata nei ricordi dell’anno accademico 1971-72, ultimo anno del mio corso teologico. “Annus orribilis” fu quello per la storia del Seminario Regionale sardo e per i suoi alunni. Sotto la pressione degli eventi sociali ed ecclesiastici – siamo nel bel mezzo del sommovimento tellurico post-conciliare – i vescovi sardi decisero in tutta fretta di trasferire la sede del Seminario da Cuglieri, nel centro della Sardegna, a Cagliari. Tra le varie cause vi fu l’esigenza “conciliare” (ogni novità allora si faceva passare per “dettame conciliare”) di non far più vivere i futuri uomini di Chiesa nell’isolamento dal mondo (ormai la secolare concezione della “fuga mundi” sulla cui bontà propositiva erano state forgiate generazioni di ecclesiastici appariva in via di estinzione), ma di farli crescere con le sfide socio-culturali del mondo circostante.
La città di Cagliari con il suo entroterra culturale, universitario, ecclesiale, appariva come l’habitat ideale per farvi sorgere quel potenziale di gioventù fresca, intellettualmente vivace, quale era il centinaio di seminaristi racchiusi nelle fredde e aride mura del gran Seminario di Cuglieri e che scalpitava per trovare una sede più corrispondente ai suoi sogni e ai suoi ideali. Eravamo figli del 68 e si scoprivano il valore e l’incisività delle nostre proteste o contestazioni, come si usava dire all’epoca. I padri dovevano piegarsi ai reclami dei figli! Fummo trasferiti a Cagliari. Tutto appariva improvvisato: logistica, impostazione educativa, équipe formativa, corsi di studi. Quale coraggio e nello stesso tempo a distanza di anni, possiamo dire quale temerarietà! Al disorientamento ideologico si aggiunse l’insicurezza logistica e informativa. Chi trovammo Rettore del Seminario? Un giovane sacerdote chiamato da Roma a reggere una barca sballottata dai marosi! Don Ottorino, appunto: quale sfida per lui. Da professore della Pontificia Università Lateranense a Rettore di un seminario tutto da inventare! Non solo, da uomo raffinato qual’era, uso all’ambiente ecclesiastico romano, doveva ora confrontarsi con un mondo ove le formalità o meglio le maniere borghesi, secondo il gergo di allora, erano oggetto di dileggio e non si vedevano accettabili se non le proposte esistenziali sostanziose e autentiche! La sua mentalità romana non era la nostra. Si misurò subito con le nostre idee e direi che il suo primo impatto fu positivo. Piacque subito il suo modo di rapportarsi con noi. Era chiaro che tutto questo gli costava, ma non lo faceva trasparire. Prevaleva in lui la serenità supportata dall’entusiasmo di vivere con noi giovani. Fu un uomo coraggioso, intelligente, intuitivo, aperto agli eventi. Seppe far passare in secondo ordine principi, metodi educativi, stili comportamentali che fino ad allora avevano retto i seminaristi e insieme a noi cercò la linea che facesse convivere e remore pre-conciliari come spinte innovative.
Guai se non avesse trovato quel sano compromesso: sarebbe stato l’impasse totale de seminario e per lui, forse, il rientro alla sua bella Roma. Di mentalità profondamente conservatrice, colse quanto positivo trovava nelle nostre proposte e camminò al nostro fianco, senza però mai cedere sui principi essenziali della dottrina e della disciplina ecclesiastica. Tale flessibilità unita al suo carattere affabile, accogliente, disponibile gli meritò la nostra ammirazione. Si stabilì immediatamente un rapporto sincero, schietto, cordiale. Apparve per di più un prete entusiasta del suo sacerdozio, fedele a Gesù e alla Chiesa. In quel periodo, in cui tutto si metteva in discussione, vedere un sacerdote integro e gioioso fu uno stimolo di non poco conto per quanti di noi, alla vigilia ormai dell’ordinazione, dovevano superare i ricorrenti dubbi sulla bontà della scelta che stavamo per compiere.
Mi fu accanto il giorno della mia ordinazione sacerdotale, avvenuta a Pattada, il 27 agosto 1972, e di quella presenza serbo un vivo ricordo. Dopo qualche anno, vale a dire nel 1973, lasciò la Sardegna per diventare arcivescovo di Spoleto e più tardi anch’io mettendomi a disposizione della Santa Sede, partii dall’amata isola per iniziare il mio servizio ecclesiale in giro per il mondo.
I contatti con monsignor Alberti si diradarono, ma non si affievolì l’amicizia che riaffiorò e si raffermò negli sporadici, ahimè, incontri occasionali capitati nello scorrere degli anni, ma soprattutto essa si riscoprì forte e fresca quando feci rientro a Roma nel 2011, chiamato da Benedetto XVI a coprire l’attuale incarico di Sostituto alla Segreteria di Stato. Venne subito a trovarmi, contento di rivedere un suo antico alunno e nel rinfrescare aneddoti, ricordi di persone, ebbe l’umiltà di confidarmi anche alcune sue pene. Non finiva di ringraziarmi per averlo ricevuto subito e addirittura di domenica. Era il minimo che potessi fare per chi tanto tempo libero aveva dedicato noi ragazzi terribili del 1971-1972.
Un gesto poi che non dimenticherò mai fu il suo accorrere a Galtellì nell’aprile del 2012, per partecipare al convegno organizzato nella ridente cittadina baroniese sul Cristo miracoloso. Mi disse testualmente: “Non sto bene, sono venuto solo perché ci sei tu; volevo salutarti e ascoltarti”. Gesto di schietta amicizia e di grande cuore. Qualche mese dopo mi ritrovai nella cattedrale di Nuoro con tutto l’episcopato sardo ad offrire gli ultimi suffragi all’anima del Pastore buono e giusto chiamato dal Padre alla sua dimora eterna. Così amo ricordare monsignor Ottorino Alberti e quanto disse nel suo commiato dall’Archidiocesi di Cagliari lo sento detto anche per me e penso anche per i suoi antichi seminaristi del Seminario Regionale di Cagliari: «Negli anni trascorsi con voi, non so se vi ho dato tutto quello che avrei voluto, ma di una cosa sono certo: vi ho tanto amato, ho molto amato questa Chiesa e vi ho dato il cuore».

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