I 50 anni di sacerdozio di don Giampaolo Muresu

«Parla poco, ascolta molto, sorride sempre»

In una lettera il ringraziamento dei suoi parrocchiani di Badu ‘e Carros

 

«O Signore, che io cerchi non di essere consolato ma di consolare, non di essere compreso ma di comprendere, non di essere amato ma di amare». Lo scriveva il giovane Giampaolo Muresu nell’immaginetta dell’ordinazione sacerdotale, il 29 giugno 1966. A distanza di cinquant’anni può dire di aver realizzato quel programma di vita nella sua esperienza umana e sacerdotale, in diocesi così come in terra di missione, nell’amato Cile. La Messa di ringraziamento è celebrata nella parrocchia di San Paolo, nella quale pure ha collaborato durante il suo ministero, nel giorno della festa patronale e – come ha ricordato il parroco don Alessandro Fadda – nel quale si ricordano anche i 52 ani di Messa del canonico Giovanni Patteri, i 50 anni di ordinazione di don Andrea Buttu e i 40 anni a quella di don Giovannino Puggioni, i 30 anni dall’edificazione della parrocchia della Beata Maria Gabriella, gemmata da quella di San Paolo, con tutti i confratelli presenti insieme all’amico parroco di Gavoi don Gianfranco Nieddu. Il vescovo Mosè, che non è voluto mancare all’appuntamento, ha seguito la celebrazione in disparte quasi a non voler rubare la scena.
Poche parole di don Muresu nell’omelia, per lasciarsi andare ai ricordi, momenti magari distanti nel tempo eppure legati l’uno all’altro dalla mano provvidenziale di Dio. L’incomprensione con il padre che lo voleva ingegnere e non sacerdote e quella volta in cui gli fece vedere come aveva pagato regolarmente la retta del seminario, ancora, in Cile, l’arrivo della luce elettrica nella piccola casa in cui abitava e che scoprirà solo anni più tardi essere stato possibile grazie alla mobilitazione dei vicini che occuparono la sede della società elettrica chiedendo che quel prete straniero potesse finalmente smettere di usare le candele. Poi la notizia della morte della madre, giunta quando ancora si trovava in Cile: non ci fu il tempo per tornare ma così volle Dio, lungo la strada che l’avrebbe dovuto portare all’aeroporto furono arrestati tre sacerdoti, lui doveva essere il quarto. Tutto ciò e molto altro per dire «Dio è straordinario, Dio è grande». Grande e preziosa è stata la fedeltà di don Giampaolo alla Chiesa, la sua obbedienza e dedizione, fino al servizio che ancora compie nel carcere di Badu ‘e Carros come cappellano.
Proprio il mondo del carcere ha voluto rendergli omaggio, a tutti ha dato voce la professoressa Teresa Mattu, responsabile dell’associazione di volontariato Penitenziario Massimiliano Kolbe 16670: «In tanti, stasera, singolarmente o come associazioni o gruppi ecclesiali che don Giampaolo ha accompagnato e accompagna – ha detto –, vorrebbero rivolgergli il loro ringraziamento e i loro auguri, ma crediamo sia più giusto dare voce a quegli amici di don Muresu che non possono essere qui fisicamente e che allo stesso tempo desiderano tanto, ma proprio tanto fargli la sorpresa di una pubblica testimonianza di stima e di affetto. Sono i detenuti di Badu ‘e Carros. Soprattutto i più “monelli” di loro, che sono stati, in passato, in tantissime altre carceri italiane, sostengono in modo categorico che non si trovano altri cappellani così umani e disponibili, a parte un certo padre Michele del carcere di Secondigliano, che solo un pochino si avvicina a lui. Parlando del loro cappellano, lo hanno efficacemente e affettuosamente descritto così: “Don Giampaolo parla poco, ascolta molto, sorride sempre!”».
Vincenzo e zio Peppe, che è stato scarcerato pochi giorni fa, hanno scritto, a nome di tutti, il loro messaggio augurale che di seguito sintetizziamo e unifichiamo. (fra.co.)

«Appena arrivati a Nuoro, scesi dal furgone, nei corridoi vuoti i nostri passi e quegli degli agenti rimbombano e rendono tutto surreale.
Dopo le formalità di rito, veniamo accompagnati in sezione: l’impatto è bruttissimo, quasi tutti i blindati sono chiusi. Arrivati in cella, il primo pensiero è di avvisare i nostri cari che siamo finiti qui, a Badu ‘e Carros, lontano, in Sardegna, e che “stiamo bene”. Dai compagni di cella viene fatto un nome con una fonetica assai distante da quella dei nostri cognomi continentali: don Muresu, il cappellano.
Dopo un po’, davanti al cancello, compare un omone con una voce chiara, che stringe tra le mani un’agenda dove poi scriverà il numero di casa nostra e i nomi dei nostri familiari, lasciandoci con un bel sorriso rassicurante.
Questo rituale si ripete ogniqualvolta c’è un nuovo ospite nelle stanze di Badu ‘e Carros insieme alle visite quotidiane; da quasi un anno, però, ci riuniamo insieme al don e ad un gruppo di volontari per la catechesi biblica: in quelle ore ci conosciamo di più e siamo diventati come una vera famiglia. A volte don Muresu ci parla di quando era in Cile e ci racconta tante storie che ci insegnano ad essere più sensibili e più vicini a ciò che ci circonda, ma anche a quello che dista da noi anni luce. Con il suo esempio, quello del passato e quello attuale, il don ci insegna che Dio ci è accanto.
Di quest’uomo che cammina con leggerezza tra questi corridoi riconosciamo la bontà d’animo e l’umanità straordinaria di chi è pronto ad aiutare il prossimo e grazie a lui siamo certi che, anche nei momenti più bui, può spuntare una luce che illumina il cammino. A noi, con la sua umiltà, ha fatto capire tante cose e ci ha indicato la via giusta da percorrere per tutta la vita avvenire.
Auguri, don Muresu, per il suo 50° anno di sacerdozio e cento anni ancora di vita e di amore verso questa umanità che soffre per tutte le ingiustizie, create spesso dai nostri simili.
E un grande grazie a nome di tutti i suoi parrocchiani di Badu ‘e Carros!».

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